| Il calcio contro l'apartheid | |
(ROMA) - Due mesi prima dell'inizio dei Mondiali è uscito un volume che parla di calcio come spazio di libertà e resistenza, di libertà vera che è organizzazione e partecipazione, del gioco che “è molto più di un gioco”. Se allora dal calcio il Sudafrica vuole ripartire, il calcio ha necessità di rinascere dal Sudafrica. Per chi avesse la memoria corta, anzi cortissima, Chuck e Marvin raccontano di Robben Island, sono solo gli anni '60. L'isola-carcere in mezzo alla baia di Cape Town, galera dei prigionieri dell'apartheid durante l'epoca più razzista del Sudafrica, è anche la residenza di Nelson Mandela per ben 27 anni. Qui i prigionieri politici sono fiaccati nella mente e nel fisico dal carcere duro e dai lavori forzati, i “non bianchi” perdono ogni diritto e con questo ogni identità. La via salvifica sono 30 minuti di calcio alla settimana, un permesso costato anni di negoziati tra i prigionieri anti-apartheid e la direzione del carcere, ma che una volta ottenuti aprono la pagina dell'evasione psicologica e sociale dalla prigionia. Dopo mesi di discussioni, nel giugno del '69, viene presentato lo statuto della Makana Football Association. Una vera Lega: nove club, tre divisioni, Commissione disciplinare e Associazione arbitri. Si segue il regolamento e per una ventina d'anni si organizzano partite settimanali di serie A, B e C, competizioni di coppa e amichevoli. Dalla cella fa il tifo Madiba Mandela, il detenuto speciale, senza mai permessi. “E' una storia incredibile, che dimostra come i detenuti di Robben Island hanno imparato non solo a convivere col carcere duro – dice Gianni Rivera, che cura la Prefazione del libro - ma anche a riappropriarsi della propria dignità grazie a un pallone e all'amore per il calcio. Credo che il messaggio di questo libro debba essere ripreso anche dal calcio moderno: per questo lo farei leggere a tutti i giocatori professionisti”. E ancora: “A Robben Island il calcio era uno strumento di pace, serenità, riscatto”. E' l'aver creato uno spazio di normalità, di regole condivise, struttura e organizzazione il più grande atto di ribellione dei detenuti. Una lezione da capire, un'avventura da conoscere e, per la cronaca, vinse il Manong, unico club a reclutare i suoi campioni a prescindere dal partito d'appartenenza. “Molto più di un gioco. Il calcio contro l'apartheid” - Korr Chuck, Close Marvin – Iacobelli – 256 pp. - 15 Euro. Dalila Lorefice |







Rubriche
(ROMA) - Due mesi prima dell'inizio dei Mondiali è uscito un volume che parla di calcio come spazio di libertà e resistenza, di libertà vera che è organizzazione e partecipazione, del gioco che “è molto più di un gioco”. Se allora dal calcio il Sudafrica vuole ripartire, il calcio ha necessità di rinascere dal Sudafrica. Per chi avesse la memoria corta, anzi cortissima, Chuck e Marvin raccontano di Robben Island, sono solo gli anni '60. L'isola-carcere in mezzo alla baia di Cape Town, galera dei prigionieri dell'apartheid durante l'epoca più razzista del Sudafrica, è anche la residenza di Nelson Mandela per ben 27 anni.